Meglio rafforzare il rapporto democratico diretto amministratori/cittadini
(Giorgio Gabanizza) Dicasi Città Metropolitana “un’ampia area urbanizzata e densamente popolata, costituita da un centro, la città principale, e da una serie di aggregati urbani e di insediamenti produttivi che si relazionano in maniera intensa e permanente con il centro“.
Esistono in Italia tali “ampie” aree definibili Città Metropolitane?
A ben vedere potrebbero essere considerate tali, aree vaste formate dal capoluogo e da alcuni comuni dell’hinterland (ma non di tutti i comuni della intera provincia) solo alcune, come Roma, Milano, Napoli e forse, Torino. A questi territori, si è affermato, serve un governo locale in grado di dare risposte all’intero territorio metropolitano, intercomunale, dotandolo di maggiori poteri e di maggiori risorse finanziarie, più di quelle attribuite ai singoli comuni che ne fanno parte. Ecco le ragioni per le quali sono nate le nuove istituzioni di governo locale: le Città Metropolitane, inserite in Costituzione. Però, tralasciando studi urbanistici, socioeconomici, ecc. troppo impegnativi, si è scelto di istituirle non a loro dimensione, ma a quella delle loro Province di appartenenza.
Per legge le Città Metropolitane istituite hanno i confini delle loro province a cui vengono attribuiti anche i poteri e le funzioni delle Province, che in quelle aree sono soppresse. La legge 56 del 2014 ne istituisce 10: Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Bari, Reggio Calabria cui si sono aggiunte con leggi regionali: Catania, Messina, Palermo e Cagliari e, dal 2021, Sassari (con una popolazione complessiva di soli 300.000 abitanti, la 66ª provincia per numero di abitanti?!?!).

Così nasce un nuovo livello amministrativo di seconda nomina (non elettivo) composto da sindaci e/o consiglieri comunali impegnati già nei loro ruoli nei loro comuni di appartenenza, come nelle fallimentari Province trasformate dalla legge Del Rio, con alcune differenze.
Nella Città metropolitana il presidente è il sindaco del comune capoluogo, i compensi per gli amministratori sono consistenti (membro di giunta prende quanto un presidente regionale), nelle Province si adegua la indennità del presidente che è contemporaneamente sindaco o consigliere nel suo comune di appartenenza, gli altri consiglieri provinciali partecipano a titolo gratuito, come secondo lavoro, volontario, nelle ore non occupate a governare il loro comune di appartenenza. Per loro, sono sufficienti 24 ore al giorno per dare validi contributi amministrativi?
I trasferimenti finanziari alla città metropolitana sono un po’ superiori della somma dei trasferimenti al Comune capoluogo ed alla Provincia che viene cancellata. Per cui, qualcuno sostiene, pochi denari in più possono fare la differenza per un incremento dello sviluppo socioeconomico dell’area governata, dimenticando che lo “sviluppo” socio economico di una comunità dipende molto di più dalla qualità delle scelte di governo, non da poche risorse in più amministrate da chi, di fatto, deve governare due enti contemporaneamente.
Questo è il nuovo che avanza, per cui, come accade in altre parti del Paese, anche a Verona c’è chi, come l’on. Maschio (FdI), avanza una proposta di legge nazionale istitutiva della Città metropolitana di Verona e della contemporanea soppressione della Provincia, imitato al Senato dal suo collega di partito sen. Gelmetti.

Le ragioni sono persino elementari: se lo sono Reggio Calabria (500.000 abitanti), Messina (600.000 abitanti) e persino la minuscola Sassari, perché no Verona, dotata di quasi un milione di abitanti, circa 80.000 in più della Città metropolitana di Venezia? In tutti i casi è il modo per ottenere qualche risorsa finanziaria in più (sottratta, quindi, ad altre amministrazioni elettive).
Ma le fantasie istituzionali non si fermano qui
A Venezia da decenni si discute di adeguamento dei livelli di governo locale alla specialità di Venezia, unica al mondo. Zaia, commentando il varo da parte del Consiglio dei ministri della proposta di legge costituzionale istitutiva di Roma capitale, ha affermato “perché no anche Venezia, che è un museo a cielo aperto”? Oddio, una nazione con due capitali ha un che di anomalo. Precisa che la sua proposta sarebbe di dotarla di un suo statuto speciale, maggiore autonomia e maggiori finanziamenti. Più concretamente, il sen. Martella (Pd) , lasciando al palo Zaia, presenta una proposta di legge costituzionale istitutiva della Città Stato di Venezia.

Con questa proposta maturata nel dibattito tra le forze politiche e civiche veneziane, alternative al centro destra, si intende attribuire a Venezia, Città Stato, (come ai tempi della Serenissima, ma senza i territori veneti e della sponda orientale del mediterraneo) poteri legislativi in materie quali: turismo, governo del territorio, valorizzazione dei beni culturali e ambientali, edilizia residenziale, trasporto pubblico locale, commercio, servizi e politiche sociali, artigianato e organizzazione amministrativa. Poco meno di quanto chiedeva Zaia (autonomie differenziate) per l’intera Regione del Veneto con referendum (Regione che è istituzione legislativa, diversamente dal Comune, esclusivamente amministrativo).
Il candidato presidente del campo largo, Manildo (Pd), si è prontamente dichiarato a sostegno della proposta, sottolineando che si batterà come si era battuto a suo tempo (ahinoi!) per la PATREVE (Area metropolitana di Padova, Treviso, Venezia).
Bettin (storico dirigente veneziano di EV) dichiara necessario mettere a confronto, per trovare sintesi, la proposta verbale di Zaia e quella scritta del sen. Martella, ricordando che la legge speciale per Venezia del 1973 scaturì dal confronto e dall’accordo di un vasto schieramento politico (dalla DC al PCI). Ma, appunto, visto che nel corso degli anni la legge speciale per Venezia, che riconosce la specialità di Venezia sull’acqua, con cospicui finanziamenti, è stata di volta in volta aggiornata, perché complicare la vita costituzionale e delle istituzioni e non migliorare l’efficacia e le capacità incisive della legge speciale?
Ricordando, tra l’altro, che i diversi stanziamenti finanziari agli enti locali, giocano a favore degli uni e a sfavore degli altri. Siamo sicuri, pur riconoscendo le “specialità”, che dobbiamo finanziare di più le aree più forti? Non si rischia di sostenere le diseguaglianze fra territori e tra popolazioni? Ma le fantasie istituzionali, in questa stagione, non hanno fine.

Il sen Gelmetti (FdI), forse provocatoriamente, constatando che si vuole fare di Venezia una Città Stato, propone Verona come nuova capitale della Regione con il trasferimento del Consiglio e della Giunta regionali e, conseguentemente di tutti gli uffici del livello regionale, Corte d’appello, ecc….
Che a parlamentari di forte ispirazione cristiana non venga in mente che Verona è stata sede papale per poco più di tre anni dal 1181 e avanzino una proposta di legge per riportare qui il Papato!!! Mi parrebbe esagerato.
Infine. Invece di cambiare in continuazione la parte seconda della costituzione, non sarebbe meglio applicarla, nella parte dei principi e dei diritti ancora negati?
Intanto, visto che le Province sono in uno stato comatoso dopo il trattamento Del Rio, e sono previste dalla Costituzione, perché non renderle elettive, secondo volontà democratica e popolare e metterle in condizione di svolgere appieno le loro funzioni?
E se facessimo funzionare meglio gli Enti Locali, logorati nei decenni dal blocco delle assunzioni e ripristinassimo le piante organiche necessarie per rendere efficace il loro lavoro?
Confesso che i governi del territorio dovrebbero essere sempre elettivi, rispondere direttamente ai cittadini e non organi di secondo grado (come semplici consorzi) che rispondono alle logiche delle organizzazioni politiche, siano esse rappresentate da partiti o da civismi vari.
